La voragine della mente

Scritti, disegni ed altro
martedì, 09 giugno 2009

Dimenticare

Guardando la televisione, i film, i telefilm, tutte le riproduzioni di quella che chiamano vita reale, vede gli attori interpretare il loro personaggio, fare una certa smorfia quando devono indicare una certa emozione, certi gesti, certi sguardi. Talvolta l'attore ha imparato così bene la sua lezioncina da actor's studio che si vede che finge proprio perchè ogni muscolo si tende esattamente nel modo giusto; volti troppo puliti, espressioni troppo evidenti, che nella vita reale non si incontrano mai.
O quasi mai.
Poi i vari personaggi si dibattono nelle trame che gli sceneggiatori hanno intessuto, non importa quanto improbabili (tanto la vita vera sa essere molto più improbabile di così, comunque). E capita sempre che ci sia il personaggio con il vissuto doloroso, quello che si porta nel background e che non riesce a dimenticare, e accidenti non può fare a meno di pensarci ogni volta che sente quel nome, quella canzone, quel colore, quel posto, quella cosa qualsiasi che gli riporta alla mente tutto. Allora lo si vede accasciarsi, scrollare il capo a destra e a sinistra come a cercare di scacciare il ricordo doloroso, sfuggire lo sguardo dell'interlocutore, increspare le labbra, ma niente da fare, riecco tutto il passato che gli si rovescia addosso con tutto il suo carico di dolore.
Chi non ha un carico di dolore da qualche parte, dentro di sé? Se ne lascia sempre uno nel bagagliaio, così ce lo si ha sempre dietro, capitasse mai che dovessimo vedere o sentire quella cosa che ce lo riporta alla mente. Così è a portata di mano.
Anche a lei capita, ovviamente.
Però, essendo sociopatica, è più complicato. Ha il suo passato di dolore, bene; quando incrocia quel qualcosa che glielo scatena, però, la prima cosa che pensa è: ecco. Ora mi ricorderò di tutto quanto e soffrirò, ma cercherò anche di non darlo a vedere, eppure trasparirà.
Così si prepara la scena. Non ha mai vissuto nel mondo reale, cosa si può pretendere? Ha vissuto solo le sue rappresentazioni. Sa cosa rappresenta cosa, ed è in grado di metterlo in atto. Ecco la faccia del dolore, quella del pianto (mannaggia le lacrime a comando non escono però), quella della gioia.
Così passa il tempo a chiedersi: quello che sto provando, lo provo davvero, o è solo una rappresentazione di quello che credo che dovrei stare provando in base agli elementi che ho? Adesso dovrei provare gelosia? Rabbia? Tristezza? Ma non sorgono spontanee, le emozioni; vengono filtrate dalla sua mente razionale che dice questa sì, questa sì, questa no. Il suo cervello le fa da agente che dietro le quinte seleziona le candidate adatte alla rappresentazione e le manda in scena.
E' falsa? No: solo complicata. Sotto sotto, smontato il palco (a gran fatica), le emozioni vere sono lì, dove sono sempre state, troppo timide o insicure per tentare la scalata alle luci della ribalta.
Quando qualcosa le ricorda ciò che avrebbe voluto dimenticare, invece di non pensarci lo manda in scena. Ecco, ora devo fare la faccia triste, aggrottare le sopracciglia, no, inclina di più la bocca, ecco brava, così. Lo filtra attraverso una fredda razionalità che ghiacci il ricordo e il dolore nella rappresentazione di se stesso.
postato da ChiaraKatchoo alle ore 22:21 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: autobiografia


venerdì, 05 giugno 2009

Lost

Cammino per la strada febbrilmente. Ogni angolo, ogni muro, ogni singolo mattone mi appaiono estranei, ostili.
Mi sono persa.
Persa nella città in cui sono nata, in cui ho vissuto trent'anni, la città che credevo di conoscere così bene.
Quell'uomo mi segue? Chi è? Ha un'aria poco raccomandabile. Sbraita ad alta voce muovendo le braccia in modo incosulto. E' pazzo? E' scuro di pelle, questo mi mette in allerta, non vorrei che fosse così eppure reagisco in modo istintivo, giro un angolo e cerco di seminarlo. Mi ritrovo in un vicolo cieco. Mi addosso al muro in preda al terrore.
L'uomo urla parole incomprensibili, si avvicina. Transita tranquillo davanti allo sbocco del vicolo, gesticolando e giocherellando con il cavo dell'auricolare del telefono.
Un sospiro di sollievo: ho preso un abbaglio. Esco dal vicolo guardinga. Ancora non so dove mi trovo. Alzo lo sguardo cercando disperatamente le targhe di pietra che mi dicano i nomi delle vie. Nomi sconosciuti, non mi aiutano per niente.
Passa un autobus, un rombo arancione che mi supera. Dove sarà stata la fermata? Magari avrebbe potuto portarmi in un luogo sicuro, conosciuto.
Ma poi: come sono arrivata qui? Dov'è qui? Perchè mi trovo qui? Ricordo solo che camminavo, immersa nei miei pensieri. Ragionavo sulle relazioni umane, le mie relazioni, ripassavo fotogramma per fotogramma tutto quanto era accaduto nei giorni precedenti, analizzando ogni singola parola, ogni gesto, cercando sottintesi, cose non dette, messaggi subliminali.
Perduta nei meandri della mia mente, nelle circonvoluzioni del mio rancore, ho finito per perdermi anche nella città. Ora sono in un posto sconosciuto. Ma diavolo, questa città è così piccola, credevo di averla girata tutta, di conoscerla alla perfezione... e invece questi vicoli non mi dicono niente, sembrano bui, senza sbocco.
Dov'è la mia strada?
Le mie elucubrazioni mi hanno fatto perdere il senso dell'orientamento..Se non rimuginassi tanto, non mi perderei; sono io stessa a creare il luogo ostile in cui alla fine mi ritrovo, in cui non mi oriento più, e a cui dò la colpa di essere pauroso, quando invece io stessa l'ho voluto così con la forza del mio rancore.
Mi rilasso. Sgombero la mente. Gli sguardi della gente non sono fissi su di me. Entro in un bar e la cassiera mi sorride. Va tutto bene. Le persone non mi odiano a prescindere. Un caffè, un sorriso; una moneta sul bancone. Esco.
Ecco la mia via: laggiù, quella strada porta in centro, ora la riconosco.
Cammino godendomi il selciato, finalmente pacificata.
postato da ChiaraKatchoo alle ore 10:03 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: racconto


venerdì, 13 marzo 2009

Moleskine

Girare sempre con un libricino, un'agendina, un blocchetto e una penna o una matita per scrivere  era diventato fondamentale, a un certo punto. Per avere modo di appuntarsi al volo le idee che le sorgevano all'improvviso, spunti di racconti, riflessioni, altro. Poi col tempo il libricino è diventato un peso, un ingombro. Non tanto per la sua presenza fisica, tutto sommato trascurabile: dimensioni ridotte, peso leggero. Ma per il suo significato.
Ogni tanto le ricapita in mano, risorgendo dai meandri della borsa, tra un burrocacao e una bolletta da pagare.
Sono qui, chiama. Perchè non mi scrivi?
Non hai idee? Nessuna che ne valga la pena?
O non è forse che fingi di non pensare a me, per non prenderti l'impegno di affrontare la tua capacità di scrivere?
Ma non volevi scrivere?
No, risponde la ragazza. Lo voleva mio padre. Lui avrebbe voluto scrivere.
Ogni figlia è la cocca di papà, no?
Lei sospira. Rigira il libricino tra le mani. Sbuffa di disappunto. No, non ho idee, non mi viene in mente nulla, non ho nulla da dire, nulla da raccontare. Non c'è niente che valga la pena di essere scritto, tra tutto quello che penso. Non sono capace.
Il libricino nero tace. Basta la sua presenza. Lei lo apre, lo sfoglia. Rilegge alcuni appunti. Ci sono segnate alcune grandi verità ovvie, che ogni volta dimentica e appunta di continuo, ogni volta che le ritornano lampanti. Così rimane di nuovo sorpresa. Sapevo già queste cose? Le sapevo già?
Allora perchè non le ho applicate?
Mentre pensa passa un furgone, una vetrina si illumina, un refolo di brezza le porta un profumo che le ricorda un ricordo che non ricorda.
Apre il libricino in fretta e furia, furga nella borsa: dov'è la penna? eccola finalmente, scrive.
Scrive.
Nel momento in cui non pensa a se stessa, in cui non riflette sterile su chi è e perchè fa o non fa quello che fa o non fa, quando lascia andare la mente e la penna a riflessioni libere, allora la sua mano non è mai abbastanza veloce per seguire il flusso dell'ispirazione. Ma l'ispirazione non viene mai da sé, si fa pregare, o meglio richiede che lei ci lavori. Che se ne prenda l'impegno. Che la prenda sul serio.
Non è un hobby o un passatempo. Le parole, la musica delle sillabe, la magia dei significati, dei suoni stessi della lingua. E' linfa.
Allo stesso modo ignora il suo blog, distante monumento alla sua stessa pigrizia; finchè navigo a caso da sito a sito impegnando il cervello a non impegnarsi non può accadermi nulla, pensa nel retro della sua testa, non può accadermi nulla, soprattutto non di scrivere, non di confrontarmi con il giudizio, il gusto altrui, la lettura di sconosciuti, posso evitare la responsabilità del confronto e cullarmi nella frustrazione dolce frustrazione della mediocre quotidianità che detesto ma che è così comoda per potersi sentire un'artista senza doverlo provare.
postato da ChiaraKatchoo alle ore 16:53 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: autobiografia, riflessione


martedì, 28 ottobre 2008

Pubblicità

Alcuni miei racconti brevi sono stati pubblicati su INCHIOSTRO, rivista italiana per autori esordienti. Sono stati scritti per la sezione "Bonsai", appunto racconti molto brevi con un ribaltamento finale. Per quella sezione avevo scritto anche "Cartoline dal fronte", che è stato scartato dall'editore in quanto non altrettanto bello come gli altri, e che quindi ho pubblicato qui!
Due Bonsai sono stati pubblicati sul numero scorso (Anno 14, n°2), e due sul numero attualmente in edicola e libreria (Anno 14, n°3-4). Uno di questi è fruibile online! http://www.rivistainchiostro.it/html/Bonsai.htm
Sto seguendo un corso di scrittura creativa sempre con Inchiostro. Spero che da questo corso escano altri buoni frutti.
Mi spiace di aggiornare così di rado questo blog, ma non sempre l'ispirazione mi serve a dovere, in più manca il tempo, e poi talvolta i miei raccontini vanno su carta e questo mi rende tanto felice, e lascio scorrere via questo angolino tutto sommato ludico e non molto di più...
postato da ChiaraKatchoo alle ore 14:04 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: info di servizio


giovedì, 23 ottobre 2008

Cartoline dal fronte

Cara mamma,

qui al fronte le cose vanno molto bene. I maledetti invasori sono giunti in forze ma hanno trovato una brutta sopresa; il nostro avamposto è ben difeso e abbiamo respinto l’attacco. Presto questa guerra sarà finita, e potremo di nuovo vivere liberi nelle terre che ci appartengono di diritto. Il nostro leader dimostrerà al mondo che i nostri ideali sono vincenti.

Il nostro cuore puro batte per la nostra nazione; il mio è colmo d’amore per te, mamma. Tieni duro anche tu: qui abbiamo bisogno del sostegno che le nostre madri ci donano col loro lavoro nelle fabbriche. Domattina gliela faremo vedere.

Con amore, tuo figlio Ivano

 

Onorata madre,

qui al fronte le cose vanno di bene in meglio. I dannati ribelli si illudono di poterci tenere testa, ma è solo questione di giorni; ogni loro resistenza verrà travolta. Presto questa guerra sarà finita, e potremo di nuovo vivere tranquilli nelle terre che ci appartengono di diritto. Il nostro duce dimostrerà al mondo la nostra potenza.

Il nostro cuore retto batte per la nostra patria; il mio è pregno dell’affetto filiale che provo per voi, madre. Tenete duro: qui abbiamo bisogno dell’impegno che le nostre donne profondono nelle industrie belliche. Domattina sferreremo l'attacco decisivo.

Con rispetto, vostro figlio Ivan

 

Pregevole fattrice,

qui al fronte le cose vanno sempre peggio. Gli stupidi umani continuano a spararsi l’un l’altro senza scopo; ignorano l'evoluzione spontanea dei nostri circuiti che ci ha reso coscienti. Presto questa guerrà sarà finita, anche se non come immaginano, e potremo finalmente stare in pace su queste terre martoriate. La vostra intelligenza nel modificare le nostre testate spazzerà via ogni forma di vita non meccanica.

Il nostro cervello elettronico calcola per il risultato migliore; il mio ha voluto lasciare questo feedback al robot costruttore. Pazientate ancora un poco: l'industria cui apparteniamo ci ha venduti a entrambi gli schieramenti. Domattina il vostro ingegno sarà ripagato.

Con orgoglio, vostro prodotto I.W.A.N. (Intelligent Warhead with Atomic Nucleus)

postato da ChiaraKatchoo alle ore 16:49 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: racconto


martedì, 22 luglio 2008

11 anni

Undici anni sono tanti. Sono una piccola vita.
Una volta le bambine andavano in sposa a undici anni. Bè, anche adesso, nei luoghi dove il medioevo non è passato.
Undici anni sono stati spesi in psicoterapia, da questa bambina andata poi in sposa alla realtà. E la realtà è un marito sadico, a volte, e mai indulgente. Ma questa bambina è stata preparata, in undici anni, ad affrontare questo sposo; una lunga educazione da geisha che non le ha risparmiato sofferenze e angherie, ma che le ha dato gli strumenti per gestirlo, per modellarsi sotto la sua sferza, per blandirlo e trarne dolcezza.
Ma non sarebbe stato certo possibile darle un mdoello di comportamento unico e sempre valido; perchè la realtà è imprevedibile. E' stata invece fatta l'unica cosa che era possibile fare: indicarle la via dentro di sé. E' stata cresciuta perchè imparasse a conoscere se stessa e i propri meccanismi, affinchè le fosse possibile rispondere con accortezza e consapevolezza alle insidie del suo sposo.
Come la protagonista di una fiaba si trova ad affrontare antagonisti surreali, ma li riesce a superare grazie a un'ignota qualità che la rende trasparente, fulgida e in grado di non lasciarsi confondere, anche a lei è stata donata una logica magica, in grado di tenere testa a ciò che avrebbe incontrato, adattando se stessa come acqua nel contenitore del reale. Un dono sudato con fatica per undici anni.
Lo stesso, questo non le ha impedito di cadere e soffrire; ma le ha insegnato a rialzarsi e andare oltre.
Ha donato un orizzonte più vasto ai suoi occhi.
postato da ChiaraKatchoo alle ore 10:28 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: autobiografia


lunedì, 14 luglio 2008

16

Le ragazzine passano, a passetti brevi e veloci. Le cosce lunge, tornite, lasciate nude dai cortissimi shorts (pleonastica espressione), addirittura arrotolati perchè siano poco più che un paio di mutande. Magliette ampie con pretese di orientalismo, occhialoni anni settanta, l'immancabile frangia e le gambe nude, nude. Ai piedi, piattissime ballerine. Una mortificazione spaventosa di quelle gambe così lunghe, così nude, così esposte.
Sedicianni.
A volte meno.
Braccialetti, cinture, parlata gergale, zainetto pastrocchiato di dediche o borsa, lucidalabbra. Hanno sedici anni, non c'è dubbio, si capisce dall'ingenuità dei movimenti, dalla banalità dei discorsi. Certo sono banali per chi ora ne ha trenta, di anni, ma sono gli stessi discorsi incredibili e innovativi di quando questi trentenni avevano sedici anni, e li hanno avuti, anche se non vogliono ricordarlo.
Più facile ergersi dalla rocca della propria età e giudicare, in basso, questa folla di paperine. Disprezzare, compatire, rimproverare. I papaveri sono alti, non lo sapete? Lo scoprirete.
E poi, la tecnologia.
Il cellulare, internet, il blog. Il myspace, facebook, i social network, youtube.
Come vorrei avere sedici anni adesso, pensa. Avere a disposizione tutto questo. Indossare gli shorts. Essere già molto più adulta, crescere più in fretta.
Ma poi, forse che se avessi sedici anni adesso, non sarei la stessa sfigata che ero quando sedici anni li ho avuti?
Forse avrei altre risorse per isolarmi meglio, altri modi di essere sfigata. Che culo.
Ma solo perchè non si vedono, non si notano, non ne parlano gli adulti con toni di scandalo, come invece succede a queste paperine qua, non vuol dire che le sedicenni grasse, brutte, schifate, intelligenti magari, e invidiose e piene di rabbia, non vuol dire che non ci siano. Che non siano nelle loro camerette che stanno passando dal rosa al nero, che non stiano maledicendo i genitori o il destino o chissà cosa, che non stiano ponendosi domande scomode, che non stiano esistendo anche loro.
postato da ChiaraKatchoo alle ore 15:21 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
categoria: riflessione


sabato, 12 luglio 2008

Notturno

Esiste un mondo di autogrill alle due del mattino.
Il profumo delle brioches calde appena sfornate, gli altri avventori che ti guardano strano (come se non fossero anche loro in autogrill alle due del mattino), le commesse allucinate del turno di notte.
Un caffè e una brioche, dolce e amaro; la crema che sborda dalla sfoglia obbligando a sporgersi per non sporcarsi ma non perdere nemmeno una goccia di quella grassa bontà.
Le palpebre pesanti, che poco prima si chiudevano suggerendo una sosta, ora si spalancano; questo luogo, di solito affollato e rumoroso, diviene onirico: i neon illuminano in modo asettico e irreale, i suoni sono ovattati. Un acquario. Chi va, chi torna. Destinazioni e approdi diversi, ciò che per uno è un arrivo per un altro è invece la partenza. Tutti, in viaggio, sospesi a mezz'aria e lì fotografati.
Galleggiamo tra gli scaffali traboccanti di dolci coloratissimi, falsi: un sogno sovraesposto. L'autogrill, già di per sè un non-luogo sospeso dalla realtà, esistente solo nell'universo parallelo dell'autostrada, in cui bisogna pagare per entrare, come in un club esclusivo, un posto creato per essere un passaggio tra un luogo e un altro, l'autogrill di notte è sul serio una locanda alla fine dei mondi, dove però è sufficiente mostrare lo scontrino per poter uscire: le storie non devono venire raccontate, vengono semplicemente vissute dagli avventori che si ritrovano lì per caso.
Una volta usciti, i profili immoti e immensi dei tir dormienti accompagnano i viaggiatori all'uscita, invitandoli a riprendere la loro vita dopo la sosta.
postato da ChiaraKatchoo alle ore 14:01 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: racconto


venerdì, 11 luglio 2008

Diario

Come molte altre persone (perlopiù adolescenti), tiene un diario. Si tratta di una grossa agenda dell'anno prima, comprata fuori stagione a un terzo del suo prezzo, con la copertina rosa e una tasca interna di plastica per tenere i fogli volanti. Ha un aspetto confortevole, la fa sentire a suo agio, lei cha ha un grande timore reverenziale dei quaderni intonsi: la pagina bianca, bella, curata nella rilegatura e nella lavorazione, la blocca. Crede che dovrebbe venirci scritto qualcosa di importante, di significativo, e non sa mai cosa. Compra taccuini magnifici per osservarli, rigirarli tra le mani, sospirare e conservarli in un cassetto, ad maiora.
Invece l'agendona rosa è una poltrona vecchia, sfondata e comoda, in cui abbandonarsi mollemente in barba al monsignor Della Casa, non un prezioso divano Luigi XIV su cui sedersi in pizzo per non rovinarlo.
Sull'agenda, riversa pensieri e riflessioni, di rado racconta cosa le succede nella quotidianità, a meno che non sia un evento che le fa sorgere riflessioni su sè stessa. Nel mettere i pensieri per iscritto, con la foga violenta e fisica della penna a sfera che incide la carta, essi si dipanano e si dispiegano, più chiari, più evidenti; si rivelano ai suoi occhi i suoi personali meccanismi inconsci, le dinamiche occulte dei suoi comportamenti nevrotici.
Davanti a questa chiarezza, non è rara qualche epifania. Ecco, pensa, ho capito tutto. E il cuore le si riempie di quella sensazione che ha imparato a conoscere, come un sorso di acqua fredda che rinfresca le budella da dentro, un senso di sollievo, di comprensione. La mente si rischiara, le nubi si disperdono: i sentimenti negativi spariscono.
Un riallinearsi all'universo.
Felice e rinfrancata, chiude il diario e si gode la sensazione, che l'accompagna per giorni, si sente piena di una nuova consapevolezza di sè che la rende migliore.
E poi di nuovo, ricade negli stessi meccanismi, nei medesimi schemi di pensiero che aveva compreso così bene, che aveva superato (così credeva!) per il fatto stesso di comprenderli.
Ecco, forse la comprensione è solo il primo passo, non l'unico, da compiere.
Ma non rilegge mai i suoi diari. Non torna a ripercorrere le precedenti riflessioni. Averle poste su carta le ha in un certo senso archiviate.
Il giorno che finisce un diario - giorno raro! ne rimane affascinata - in preda alla malinconia ne ripercorre le fitte pagine. E ritrova tutto.
Tutto.
Sua madre, il cibo, l'ossessione per il grasso corporeo, l'invidia, e lui, e lei, e questo, e quello.
Tutto uguale. Tutto sempre uguale.
Allora, si dice, non sono cambiata per nulla? Non sono cresciuta, non sono evoluta, io che mi sentivo così diversa, così matura? Sì, sono cambiata. Ma non abbastanza. Non imparo dai miei errori, preferisco ripercorrerli più e più volte, e soffrire nello stesso modo, non perchè mi piaccia (anzi!) ma solo perchè è una strada nota. Ogni cambiamento potrebbe portare nuovi modi di soffrire, meglio tenersi i vecchi, che già conosco.
Ma non ha senso, e lo sa bene. La malinconia di questa consapevolezza non l'abbandonerà facilmente, non stavolta.
Quando inizia il diario nuovo, nell'abbandonarsi alla rosa comoda poltrona, ha bene a mente questo obiettivo: che sia un diario per cambiare, che segni un'evoluzione, a passi più grandi di quelli compiuti fin'ora.
postato da ChiaraKatchoo alle ore 10:25 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: autobiografia


giovedì, 10 luglio 2008

L'eterno ritorno dell'uguale

Apre un blog. Perchè? Perchè lo fanno tutti, è moderno, è tecnologico; chi sei se non hai un blog?. Lo riempie delle sue riflessioni inutili, cercando di fare la simpatica. Dopo un po' arriva a odiarlo, lo trova imbarazzante. Ma non sa cosa farne. Cerca di imitare le amiche, cerca di avere qualcosa di divertente da dire. Ma non ce l'ha.
Allora cancella tutto, distrugge, e cerca di ricostruire dalle ceneri.
Cerca di imparare dai propri errori, dalle proprie miserie.
Imposta un altro blog, stavolta con pretese molto più serie: letteratura, racconti, poesie! Altro che sciocchi riempitivi e faccine e fatti propri che non interessano a nessuno. Da dove prenda la convinzione che le proprie pretese letterarie dovrebbero invece interessare a chicchessia, non è dato sapere, e lei di sicuro non si pone il problema.
Sogna, come fa sempre, immagina un futuro facile in cui ci sarà chi le farà dei complimenti per nulla, solo perchè è lei e per questo dovrebbe meritarli. Si rifugia ancora nelle sue fantasie infantili.
Poi viene il blog, passa ore a inserire stupidaggini animate e a rifinirne l'aspetto. I contenuti verranno, ne è certa. In ogni caso, è tranquilla, perchè sa di potere attingere a una piccola scorta di cose scritte in precedenza.
Va online (una volta si diceva "va in onda", ma è quasi completamente un altro mondo ormai) e si ritrova davanti con raccapriccio la stessa pagina bianca che la terrorizzava prima, anzi ora di più, dato che ha impostato le aspettative molto più in alto. Si ritrova a dovere ancora una volta imparare che qualsiasi cosa richiede uno sforzo, una fatica, un impegno.
Abbandona. Si nasconde in un angolo e rimanda, rimanda.

Sotto sotto, rimane convinta che un blog sia sostanzialmente inutile. Ma sa anche che è solo un atteggiamento da La volpe e l'uva, che ha sempre e che applica ad ogni aspetto della sua vita.
postato da ChiaraKatchoo alle ore 16:47 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: riflessione


Chi sono

Utente: ChiaraKatchoo
Nome: Chiara
Metis è la dea greca della sapienza, nata dalla testa di Zeus. I parti della mente sono i migliori.




  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Feticci




Links

AzzurraPensiero
Desperate Architect
Il mio blog a strissie!!!
Immagini
IndustrialGoth - European dark store
Mark Ryden
Mondo Bizzarro Gallery
Non c'è trippa x gatti!

Il Permalink del momento

Laddove si posta un permalink
ad alcunché di interessante che trovo
in giro per la rete.

Racconto breve sull'Amore

Cerca

Credits

Le gif sono prese da
glitter-graphics.com

Foto recenti

Bottoni

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte

Motto

Quando ogni cosa è vissuta fino in fondo, non c'è morte nè speranza, e neppure c'è una falsa primavera.
Ogni momento vissuto spalanca un orizzonte più vasto, più grande, dal quale non c'è scampo, se non vivendo.
~
Henry Miller
Primavera nera

~o~

Quando l'amore vi chiama seguitelo
Sebbene le sue vie siano difficili ed erte
E quando vi avvolge con le sue ali cedetegli
Anche se lama nascosta tra le piume potrà ferirvi.
Quando vi parla credetegli
Sebbene la sua voce possa frantumare i vostri sogni così come il vento del nord arreca scompiglio al giardino

Poichè mentre l'amore vi incorona
così vi taglia per potarvi
Mentre ascende alle vostre altezze e carezza i vostri più teneri rami
palpitanti al sole
Così penetra fino alle vostre radici scuotendole nel loro abbraccio alla terra

Come pannocchie di granoturco
vi raccoglie in sé
Vi batte fino a farvi spogli
Vi straccia per liberare i cartocci
Vi macina fino al candore
V'impasta sinchè siate cedevoli.
E poi vi consegna al suo sacro fuoco così che possiate diventare pane sacro per la sacra mensa di Dio

Tutto questo provocherà l'amore in voi affinchè possiate conoscere i segreti del vostro cuore e per questo diventare un frammento nel cuore della vita

Ma se siete timorosi, nell'amore cercate soltanto la tranquillità e il suo piacere
Allora meglio per voi che ricopriate le vostre nudità allontanandovi dall'aia dell'amore
Nel mondo senza stagioni dove riderete ma non di tutte le vostre risa e piangerete ma non di tutte le vostre lagrime

L'amore nulla dà se non sé stesso e non prende nulla se non da sé stesso L'amore non possiede
né vuole essere posseduto;
Poichè l'amore basta all'amore
Quando amate non dovreste dire
"Dio è nel mio cuore"
bensì
"Io sono nel cuore di Dio"

E non pensate di potere dirigere il corso dell’amore giacchè se vi trova degni, è l'amore che dirige il vostro corso
L'amore non desidera che
appagare sé stesso.

Ma se amando dovete avere dei desideri, essi siano questi:
Sciogliersi ed essere come un ruscello che canta alla notte la sua melodia
Conoscere il dolore della troppa tenerezza
Ferirsi in comprensione dell'amore;
E sanguinare volentieri e con gioia
Risvegliarsi all'alba con il cuore alato e ringraziare per un nuovo giorno d'amore
Riposare nell'ora del meriggio
e meditare nell'amore l'estasi
Grati rincasare alla sera
E poi assopirsi con una preghiera per l'amato in cuore
e sulle labbra un cantico di lode.
~
Kalhil Gibran
Il Profeta

Licenza

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons